La rivoluzione dello scambio parte dal web e dai social media. La filosofia del collaborative consumption rifiuta il possesso e ribalta l'economia moderna
di Maurita Cardone
’Time Magazine’ lo annovera tra le dieci idee dell’anno che rivoluzioneranno il mondo. Qualcuno lo chiama collaborative consumption, altri parlano di sharing economy. È un concetto nuovo e radicale che, se applicato su larga scala, potrebbe davvero cambiare le regole delle nostre società.
Per capire di cosa si tratta basta guardarsi intorno: possediamo decine di oggetti che non ci servono o che hanno smesso di servirci, siamo circondati da cose che non usiamo o che usiamo molto raramente. Cose che possiamo dare in affitto, barattare, regalare o condividere. E non si tratta solo di oggetti: abbiamo spazi, tempo, capacità, conoscenze con un potenziale inutilizzato.
Il collaborative consumption si basa sull’idea che tutto ciò possa essere utilizzato collettivamente. Di fatto si tratta di sostituire l’idea del possesso con quella della condivisione. Un concetto che getta i semi per una società post-consumista, con vantaggi economici, ambientali e sociali. Alla base c’è internet, c’è lo sfruttare al massimo il potenziale di rinnovamento della rete, l’applicazione dell’idea dei social media alle abitudini di consumo.