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Condividere per non consumare

La rivoluzione dello scambio parte dal web e dai social media. La filosofia del collaborative consumption rifiuta il possesso e ribalta l'economia moderna

di Maurita Cardone 

’Time Magazine’ lo annovera tra le dieci idee dell’anno che rivoluzioneranno il mondo. Qualcuno lo chiama collaborative consumption, altri parlano di sharing economy. È un concetto nuovo e radicale che, se applicato su larga scala, potrebbe davvero cambiare le regole delle nostre società.
Per capire di cosa si tratta basta guardarsi intorno: possediamo decine di oggetti che non ci servono o che hanno smesso di servirci, siamo circondati da cose che non usiamo o che usiamo molto raramente. Cose che possiamo dare in affitto, barattare, regalare o condividere. E non si tratta solo di oggetti: abbiamo spazi, tempo, capacità, conoscenze con un potenziale inutilizzato.
Il collaborative consumption si basa sull’idea che tutto ciò possa essere utilizzato collettivamente. Di fatto si tratta di sostituire l’idea del possesso con quella della condivisione. Un concetto che getta i semi per una società post-consumista, con vantaggi economici, ambientali e sociali. Alla base c’è internet, c’è lo sfruttare al massimo il potenziale di rinnovamento della rete, l’applicazione dell’idea dei social media alle abitudini di consumo.

I primi esempi di collaborative consumption nascono alla fine degli anni ‘90 con la condivisione di prodotti culturali. Ad aprire le porte a quest’idea è stato Napster, il primo sistema per la condivisione di musica, online che ha reso l’acquisto di cd un’abitudine obsoleta. Open source, file sharing e social media si pongono sulla scia della condivisione, che si tratti di programmi per il computer, prodotti culturali o esperienze di vita. La parola chiave è peer-to-peer ovvero da pari a pari, una struttura, nata nell’ambito dell’informatica, che ribalta l’ordine gerarchico in favore dello scambio su tutti i livelli.

Nel giro di pochi anni sono nate decine di siti dove poter consumare musica, film, immagini, software, e-book senza bisogno di pagare. Le regole del copyright hanno iniziato a traballare. Dai prodotti culturali ai generi di largo consumo il passo è breve. Aggiungendo al mix la capacità dei social media di espandere il proprio potenziale sociale e creare connessioni in base a interessi o posizione geografica, il risultato è uno stile di consumo rivoluzionario. Oggi esistono decine di servizi attraverso cui si può ottenere qualsiasi cosa pagando poco o niente. Il car e il bike sharing, i servizi per lo scambio di casa, il couchsurfing, Airbnb, Freecycle, le banche del tempo, gli swap market, tutto fa parte della stessa tendenza, di una rivoluzione dei consumi che antepone l’utilitarismo della fruizione al mero piacere di possedere. Al contrario di quanto avveniva nella società del boom economico, il fine non è accumulare, bensì avere a disposizione beni e servizi nel posto giusto al momento giusto. Allo stesso tempo, il reimmettere quei beni su un mercato secondario (di risulta, potremmo dire), crea valore aggiunto. Un valore che viene generato su cose già acquistate e che già possediamo. La riduzione dei volumi di beni acquistati – e quindi immessi sul mercato – ha degli evidenti vantaggi ambientali. Inoltre lo scambio, la comunicazione e il consumo collaborativo, creano e rafforzano le relazioni sociali, rovesciando il presupposto individualistico del consumerismo.

Chi non ha in casa attrezzi comprati perché servivano in una specifica occasione ma utilizzati una sola volta e lasciati poi a prendere polvere nello stanzino? Snapgoods consente di tirare fuori dalle cantine questi oggetti e farne soldi. Lo slogan del servizio è ’Want it. Get it. Give it back. Connect with people who have the stuff you want to rent or borrow’ (Lo vuoi. Lo ottieni. Lo dai indietro. Entra in contatto con le persone che hanno quello che vuoi, per affittarlo o prenderlo in prestito). Non servono altre parole per spiegare quello che gli utenti di Snapgoods possono fare. Può trattarsi di un trapano, un compressore, un letto gonfiabile, una tenda da campeggio, un’automobile. Qualsiasi cosa non venga usata regolarmente può essere data in affitto o in prestito a chi ne ha bisogno. Qualcuno potrebbe invece avere una stanza in casa che usa poco, magari un guardaroba o una camera per gli ospiti. Con Airbnb si può mettere a disposizione il proprio spazio durante periodi di tempo prestabiliti e arrotondare lo stipendio. Potrebbe invece trattarsi di un garage o un posto auto utilizzato solo in alcune ore della giornata. Parkatmyhouse dà una risposta anche a chi cerca parcheggio, mettendo a disposizione gli spazi inutilizzati dagli utenti registrati sul sito. Un’esperienza simile è stata avviata dalla città di Tel-Aviv dove, via sms, si può sapere in tempo reale dove trovare un parcheggio tra quelli inseriti nell’elenco degli utenti che hanno sottoscritto il servizio. Un pezzo di terra, un giardino o un orto di cui qualcuno potrebbe non avere il tempo di occuparsi, per qualcun altro potrebbe diventare un prezioso luogo di evasione. Landshare mette in contatto chi ha la terra con chi la terra vuole utilizzarla. Per chi ha a disposizione tempo e abilità il nome è Taskrabbit, un sito dove le persone offrono ogni tipo di servizio, dalla spesa a domicilio al montaggio di mobili Ikea.

E l’elenco prosegue con prestiti di libri scolastici, scambio di vestiti, babysitter a tempo, affitto di giocattoli, condivisione di auto per viaggi più o meno lunghi ed esperienze di collaborazione di quartiere che vanno dai pasti condivisi alla disponibilità di spazi come deposito temporaneo.
Quello del collaborative consumption è un mondo immenso, vivace e in continua crescita. Scoprire questa filosofia significa aprire le porte a un nuovo modo di concepire la società. Significa fare la differenza, al di là delle parole. Ognuno può trovare le esperienze e i servizi che più riflettono i propri stili di consumo o le proprie abitudini quotidiane, ma una risposta esiste per tutti ed è un’occasione reale e concreta per iniziare a fare un passo verso il cambiamento.

Guarda il video What's mine is yours che racconta il collaborative consumption

Pubblicato in esclusiva su L'indro e qui ripubblicato per gentile concessione.

La versione originale di questo articolo è disponibile qui