Orti nel cemento. L'agricoltura sbarca in cittÃ
La campagna arriva in città e imbracciare la zappa dopo l’ufficio è più che una moda
di Maurita Cardone e Alberto Maria Vedova
Il fenomeno arriva d’oltreoceano, dal paese delle metropoli per eccellenza, gli States dove addirittura la moglie del presidente, Michelle Obama, ha deciso di riservare una parte del parco della Casa bianca per coltivare un urban garden. A curarlo, smessi i tailleur da first lady, è lei in persona, aiutata dai bambini delle scuole di Washington che ogni settimana invadono il giardino presidenziale per familiarizzare con un’alimentazione sana e locale.
Ma la first lady americana non è l’unica a darsi all’agricoltura: da New York a San Francisco spuntano orticelli ovunque, capita di vederne perfino sui tetti dei grattacieli. E a dare il riconoscimento ufficiale a una rivoluzione in corso è stato il New York Times che ha pubblicato il Manifesto del contadino urbano. Ma nella Grande mela c’è anche un quartiere dove spontaneamente anonimi contadini, squatter della zolla, si appropriano di terre di nessuno tra un edificio e l’altro e danno vita a un verde urbano dove l’orto e il giardino si confondono. Si chiama Loisada che è la contrazione ispanica di Lower East Side, il cuore di una rinascita verde che da queste parti è diventata rigenerazione urbana dal basso.
Anche in Inghilterra l’orto è ormai tendenza e addirittura la rivista cult degli avvenimenti di Londra, Time out, ha pubblicato una guida ricca di consigli per creare un orto nel cortile o sul tetto di casa. E gli orticoltori britannici hanno anche un evento a loro dedicato che è già appuntamento imperdibile. Si chiama Seedy Sunday, ovvero la domenica dei semi ed è il momento per scambiarsi sementi di ogni tipo con lo scopo di preservare la biodiversità. Partita da Brighton, l’iniziativa sta già dilagando in tutto il Regno Unito. La maggior parte dei paesi nord europei ha una normativa per la tutela e lo sviluppo dei nuclei ortivi.
«In Italia – ci dice Franco Paolinelli, presidente dell’associazione Sap (Silvicultura agrocultura paesaggio) – il fenomeno è meno strutturato che nel resto d’Europa». A muovere i primi passi è stata l’associazione Italia Nostra che ha sottoscritto con l’Anci un protocollo d’intesa per la diffusione della cultura degli orti sul territorio italiano. Coinvolta anche la facoltà di Agraria dell’Università di Perugia che ha fissato delle linee guida per gli agricoltori per l’ottimizzazione dell’acqua per l’irrigazione, lo smaltimento dei rifiuti e la coltivazione biologica.
I vantaggi sono per tutti, come spiega Paolinelli: «L’orticoltore ottiene prodotti di più alta qualità con un risparmio economico e un incremento del benessere psico-fisico, mentre i cittadini non coltivatori, nei casi migliori, possono fruire di spazi circostanti organizzati a parco. L’ambiente locale è curato e la collettività risparmia sulle spese socio-sanitarie e sulla cura del verde; contribuendo allo steso tempo a creare nuova occupazione e funzionalità in un settore economico in declino». I prodotti degli orti potrebbero essere venduti direttamente ai cittadini garantendo prezzi competitivi e qualità. In questo modo si avvierebbe una filiera corta in grado di ridurre le emissioni di gas serra.
Ma come si fa ad avere un orto? Di solito gli orti vengono assegnanti ai cittadini che ne fanno richiesta attraverso un bando di concorso. In molte città del Nord si può presentare domanda al Comune che valuta gli spazi disponibili, determina le priorità e assegna gli appezzamenti, spesso attrezzati. Da Roma in giù questo non è ancora possibile: molti enti locali hanno infatti difficoltà a mappare i terreni di proprietà pubblica e poi non sempre è facile convincere gli abusivi ad accettare un regolamento e una concessione.
Le esperienze in Italia sono centinaia e ognuna valorizza aspetti diversi dell’esperienza agricola urbana: in molti paesi del Nord si insiste sul valore di socializzazione di questa attività all’aria aperta e si punta molto su anziani e pensionati. Reggio Emilia si rivolge invece ai giovani che negli orti fanno esperienza di autoproduzione e imparano il compostaggio. A Milano gli orti sono nati intorno al movimento Critical garden, sorto dal Critical mass. Ma oggi il Comune li sta istituzionalizzando e vuole inserirli nel progetto di un grande polmone verde, con percorsi ciclabili e aree boschive. A Torino gli orti urbani sono stati da qualche anno integrati nei progetti di riqualificazione del verde urbano come quello realizzato lungo il torrente Sangone dove sono stati assegnati 102 orti. Il Comune mette a disposizione lotti da 100 mq e possono farne richiesta gruppi o persone singole, residenti nel territorio del capoluogo piemontese e che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età. Da qualche tempo poi stanno nascendo diversi orti urbani universitari gestiti dagli studenti nei terreni di proprietà delle molte università torinesi. Veri e propri laboratori all’aria aperta per conoscere i prodotti locali e integrare gli studenti con il territorio.
A Rho, in provincia di Milano, il fenomeno è esploso da più di dieci anni e la macchina è ormai perfezionata. Un apposito regolamento stabilisce i termini di lavorazione e conduzione dell’orto, manutenzione, vigilanza e controllo, uso di anticrittogamici, rispetto della fauna, rifiuti e decoro. Il Comune, da parte sua, si preoccupa di preparare il piccolo appezzamento di terreno (40 mq. circa), recintandolo e garantendo in dotazione un deposito attrezzi. L’assegnatario dell’orto contribuisce alle spese attraverso il pagamento di un canone annuo di 61.97 euro e la sua concessione dura per 5 anni, rinnovabile. Le richieste sono sempre tante e al momento nel territorio comunale ci sono 132 orti. In uno di questi coltiva i suoi ortaggi l’assessore all’Ambiente, Egidio Sfondrini. «Dal mio orto ricavo verdure e frutta – racconta – nei giorni scorsi ho raccolto pomodori e melanzane. L’orto richiede impegno e costanza, ma offre anche tante soddisfazioni. L’intenzione del comune è di ampliare le aree utilizzando terreni destinati a verde di frangia. Non realizzeremo orti nelle zone industriali». Cosa invece abbastanza diffusa ai tempi dell’abusivismo.
Tempi che a Roma non sembrano ancora finiti. Nel vasto territorio della Capitale, infatti, gli orti vivono ancora quasi totalmente nell’illegalità. Chi vuole coltivare la terra lo fa abusivamente, occupando un lotto abbandonato, costruendoci una capanna di materiali di scarto, irrigando con l’acqua di scolo delle fogne, recintando con materiali recuperati in città. Ma anche a Roma qualche passo è stato mosso: il Dipartimento delle politiche ambientali e agricole del Comune, nel 2006 ha condotto un censimento che ha individuato 2.500 terreni, compresi i lotti occupati abusivamente. Ma ora si sta cercando di regolarizzarli sul modello di ciò che avviene al Nord. «Roma è il primo comune agricolo d’Europa e gli orti urbani possono diventare un’occasione di partecipazione sociale – sottolinea Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio – Si potrebbero concedere ai cittadini lotti all’interno dei parchi della rete metropolitana cercando di recuperare colture antiche e investendo sul biologico».
La “rivoluzione orticola”, come l’hanno ribattezzata, è appena agli inizi: presto conquisterà altri luoghi e altre città. Intanto, come dice Michelle Obama «chi non può farsi un orto non deve sentirsi in colpa. Si può fare tanto. Puoi iniziare dalla tua credenza eliminando i cibi trattati, cercando di mangiare meno spesso pasti cucinati e usare più frutta e verdura».
La “rivoluzione orticola”, come l’hanno ribattezzata, è appena agli inizi: presto conquisterà altri luoghi e altre città. Intanto, come dice Michelle Obama «chi non può farsi un orto non deve sentirsi in colpa. Si può fare tanto. Puoi iniziare dalla tua credenza eliminando i cibi trattati, cercando di mangiare meno spesso pasti cucinati e usare più frutta e verdura».
Articolo apparso su " La nuova ecologia"