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La rivoluzione inizia in città

di Maurita Cardone

Immaginate una città libera dal petrolio, dove la gente vive senza sprecare risorse, proteggendo l’ambiente e collaborando con gli altri. Una città in cui l’automobile si usa poco, non si butta via quasi nulla e l’energia viene dal sole e dal vento. Ora iniziate a costruirla o meglio a trasformare la vostra città in quella città. Transition town, si chiamano così quelle città che hanno iniziato questo processo verso una società e un modello economico diversi da quello basato sull’uso massiccio dei combustibili fossili e dell’energia a basso costo. Ce ne sono tante, in giro per il mondo e anche in Italia.

L’idea è nata dalle intuizioni di Rob Hopkins, docente alla Kinsale University, e dei suoi studenti che nel 2003 progettarono un piano per riorganizzare la vita della cittadina irlandese riducendo l’uso del petrolio. L’idea funzionava e da Kinsale si è presto diffusa al resto della Gran Bretagna e del mondo. Oggi la rete delle transition town include decine di città, progetti, iniziative, eventi, idee e migliaia di persone tra Europa, Australia e Nord America. Il presupposto è che le fonti fossili non dureranno per sempre e che i cambiamenti climatici ci pongono davanti all’urgenza di cambiare modello, di iniziare un percorso verso la de-carbonizzazione della nostra società. È il concetto dell’energy descent, letteralmente discesa energetica, che le città in transizione si propongono di applicare nel concreto.

La transizione è un processo, un viaggio verso una società a minore impatto ambientale. Perché questo passaggio avvenga, i cittadini devono diventare migliori utilizzatori di risorse. È un’idea di cambiamento locale che parte dalla trasformazione su piccola scala per arrivare a immaginare un mondo diverso. La trasformazione avviene attraverso azioni pratiche e quotidiane: andare a lavorare in bicicletta, installare pannelli solari, recuperare l’acqua piovana, fare compostaggio domestico, preferire prodotti sfusi, riciclare, evitare gli sprechi di ogni tipo, acquistare locale e stagionale, autoprodurre, scambiare.

Le persone coinvolte, oltre a fare qualcosa per il pianeta, hanno la sensazione concreta di contribuire al benessere della propria comunità, risparmiano, imparano, sperimentano, si divertono e recuperano il gusto per la partecipazione e il senso della collettività e dell’appartenenza a un contesto sociale.

Una delle esperienze più di successo è quella di Totnes,
nel sud dell’Inghilterra, che ha ricevuto il premio 2011 Ashden Awards per l’energia sostenibile. Qui i cittadini hanno creato 56 gruppi, per un totale di 1.100 persone, che collaborano per rendere più sostenibili le proprie abitazioni, installare pannelli solari, isolare le finestre, condividere saperi sulla coltivazione degli ortaggi, imparare comportamenti quotidiani volti al risparmio energetico.

Sempre in Inghilterra, la città di Bristol nel 2007 è stata il primo grande centro ad avviare la transizione. L’impulso è partito dalla comunità di Montpelier, nei dintorni di Bristol, che ha iniziato a organizzare attività informative con street party, workshop sulla coltivazione di orti urbani, incontri su climate change e picco del petrolio.

In Scozia esiste una rete di comunità che stanno mettendo insieme il proprio sapere e le energie per creare centri urbani più sostenibili e società più collaborative. Transition Scotland, nata nel 2008, oggi riunisce decine di città, organizza iniziative in tutto il paese e fornisce uno starting kit per chi volesse iniziare ad applicare nel proprio quotidiano i comportamenti che portano verso la transizione.

L’Italia non è rimasta fuori dalla transizione. Le città ufficialmente riconosciute dal network internazionale sono tre: Monteveglio e San Lazzaro, in provincia di Bologna, e Urbania in provincia di Pesaro. A Bologna c’è poi un quartiere in transizione, Lame. Mentre a Torino esiste un centro di avviamento temporaneo, dove si sperimenta e si fa informazione. La città, che ha già messo in atto diverse iniziative che si pongono sulla scia della transizione, potrebbe essere la prossima candidata italiana a per entrare a far parte del network. Decine sono poi le città che hanno avviato il processo verso la transizione o che sono interessate al fenomeno e stanno sperimentando forme di collaborazione verso la sostenibilità. Una mappa di tutte le iniziative italiane si trova qui.

Monteveglio è stata la prima iniziativa italiana. Qui le idee di transizione hanno trovato l’appoggio delle istituzioni che stanno attivamente collaborando alla organizzazione di iniziative per la trasformazione sociale. Permacultura, consumi locali, coltivazione di ortaggi, partecipazione sociale e nuovi modi di concepire l’economia stanno alla base di molti dei progetti organizzati in questa cittadina del bolognese. Interessante anche quello che succede all’Aquila, dove un gruppo di cittadini sta usando il concetto di transizione per riflettere sui modelli di aggregazione urbana e provare a ripensare la città post terremoto.

La progettazione partecipata, la condivisione dei saperi professionali e il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni sono i concetti di base di un’idea che punta a una città più sostenibile. A guardare il panorama italiano l’idea di transizione sembra ancora in via di definizione, sospesa tra concetti ancora troppo generici di partecipazione sociale e – ancora poche – azioni pratiche volte alla riduzione dell’impronta ecologica. Quello che appare evidente, tuttavia, è che esiste un movimento, un moto di trasformazione. C’è un che di innegabilmente rivoluzionario in decine, centinaia o migliaia di persone che si mettono insieme per ragionare su come cambiare stile di vita, si incontrano costantemente, collaborano per ridurre il proprio impatto ambientale, per inventare delle strategie per pesare meno sul pianeta, in quanto comunità.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro™ www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione.

La versione originale di questo articolo è disponibile qui