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Vivere in comune

Economica ed ecologica, la coabitazione sostenibile si diffonde in Italia. Uno stile residenziale più sociale e a basso impatto ambientale 

di Maurita Cardone

L’immagine delle vicine sedute fuori dalla porta a chiacchierare è un retaggio del passato. Sembra un luogo comune, ma è un fatto che oggi sia sempre più raro trovare vicini di casa che abbiano tra loro una qualche forma di contatto umano quotidiano. Che in cttà si sia tutti un po’ soli non è una novità, ma anche fuori dai centri urbani ormai si sta perdendo la vecchia abitudine a conoscersi e supportarsi.

Ricreare un senso della comunità più simile a quello che si viveva una volta nei cortili e nelle piazze è l’obbiettivo del cohousing, un modo di abitare che, complice la crisi sta trovando fortuna in molti paesi del mondo e anche da noi. Il cohousing è una forma di abitare collaborativo in cui i residenti partecipano all’organizzazione di un complesso residenziale o un quartiere. Il desiderio di fare parte di una comunità e la costante consapevolezza dell’impegno sociale che questo comporta è alla base di questo tipo di scelta, che ha tuttavia anche vantaggi economici e ambientali. I residenti condividono spazi come il giardino, ambienti per lo svago e l’incontro, palestre, a volte anche cucine e sale da pranzo. La progettazione stessa degli spazi è il risultato di un processo partecipato ed è pensata per favorire la comunicazione e lo scambio di funzioni. Servizi tra cui la lavanderia, internet l’assistenza ai bambini o agli anziani sono messi in comune. I vicini di casa condividono saperi e abilità e si supportano a vicenda.

Ci sono diverse tipologie di progetti di cohousing, in città come anche in aree rurali, dal singolo palazzo di appartamenti a veri e propri piccoli villaggi. Lo scopo principale è quello di creare una struttura sociale intorno all’abitare. Permettere ai vicini di casa di conoscersi, incontrarsi regolarmente, scambiarsi servizi, darsi reciproco supporto, creare una comunità.

L’approccio dei progetti di cohousing non è lo stesso delle più hippy e ideologiche comuni, nonostante i due fenomeni risalgano allo stesso periodo storico. Il moderno concetto di cohousing nasce negli anni ‘60 in Danimarca dove venne creato il primo progetto strutturato, Sættedammen. A partire dalla fine degli anni ’70, esperienze di cohousing si trovano in America, Canada, Australia, Nord Europa. Conoscere i propri vicini, avere occasioni di incontro e ottenere più e migliori servizi a prezzi inferiori è, in sintesi, quello che allora come oggi sta dietro una scelta abitativa che sta diventando sempre più comune.

Uno stile residenziale che, tra i tanti vantaggi, ha anche quello di minimizzare l’impatto ambientale dei residenti grazie alla riduzione dello spazio procapite, e di conseguenza al consumo di suolo e di energia. I residenti inoltre trovano all’interno della struttura stessa molti servizi e occasioni di socializzazione e riducono quindi i propri spostamenti in città.

Chi decide per questo tipo di ’abitare’ ha poi spesso una forte attenzione nei confronti dell’ambiente. Non è quindi raro trovare progetti di cohousing studiati secondo i principi della bioarchitettura e in cui i residenti decidano di acquistare pannelli solari per produrre la propria energia, realizzare impianti di fitodepurazione e creare orti urbani o fattorie verticali. Il più famoso è il danese Munksogaard, un villaggio di cinque blocchi di venti abitazioni in legno e argilla cruda, costruite intorno a una vecchia fattoria a pochi chilometri da Copenhagen. Gli abitanti del villaggio fanno carsharing e mangiano in sale comuni, utilizzano un sistema di riscaldamento locale a base di cippato di legno. I tetti sono isolati con un materiale in carta riciclata, i detersivi sono banditi, le acque nere sono trattate con un filtro a sabbia e gli scarti riutilizzati come fertilizzanti.

Un altro buon esempio di cohousing ecologico è il progetto australiano Pianakarri dove alcuni degli edifici sono costruiti con la filosofia della casa passiva, il villaggio è dotato di sistemi di recupero dell’acqua piovana e delle acque di scarico e i residenti fanno compostaggio e coltivano ortaggi con la permacoltura.

Spesso i progetti di cohousing nascono in edifici dismessi, ristrutturati e adattati alle funzioni dell’abitare. Tra gli esempi più interessanti in questo senso c’è lo Swan’s Market di Oakland, California, un vecchio mercato coperto nel pieno centro storico della città, che oggi ospita 22 abitazioni, oltre a studi professionali, ristoranti e negozi.

Con la crisi, la disoccupazione giovanile e il precariato, anche da noi il cohousing diventa una soluzione interessante per giovani coppie o single in cerca di una buona qualità della vita a costi contenuti.

Progetti ben avviati si trovano a Bologna, Roma, Milano, in Toscana. Il più interessante si chiama Numero Zero e nascerà nella zona di Porta Palazzo a Torino grazie all’impegno di un gruppo eterogeneo di entusiasti professionisti che sta ristrutturando una palazzina storica con materiali ecocompatibili, l’uso di energie rinnovabili e attenzione al risparmio energetico.

Bella esperienza anche quella della società di servizi lombarda, Cohousing che si è specializzata nella promozione, ideazione e realizzazione di questo tipo di progetti sul territorio italiano e ha già realizzato due complessi residenziali nell’area di Milano, oltre al primo edificio in Europa di cohousing in affitto, all’abbordabile costo di 10 euro a metro quadrato. Esiste anche una Rete Italiana Cohousing che si occupa di promuovere questo stile residenziale, fare informazione, supportare i progetti nascenti e mettere in contatto le realtà esistenti in varie zone d’Italia.

Pubblicato in esclusiva su L'indro e qui ripubblicato per gentile concessione.

La versione orginale di questo articolo è stata pubblicata qui.